Luigi Iannone “La filosofia politica kantiana” di Gagliano e la sfida del realismo per l’Onu

Recensione di Luigi Iannone(Barbadillo.it)

Gagliano Giuseppe Tecnologia e potenza economica fra il Cinquecento e il Novecento negli studi di C. Harbulot,C. M. Cipolla e P. Hugill.

Il ruolo della tecnologia quale fattore di dominio economico

Gagliano Giuseppe Il totalitarismo di Lenin e Hitler nella riflessione di Luciano Pellicani

Articolo

Gagliano Giuseppe Introduzione alla filosofia della politica di Immanuel Kant

La filosofia politica kantiana non si lascia facilmente circoscrivere: poiché il filosofo di Königsberg non ha dedicato alle questioni politiche un’unica, grande opera sistematica, occorre rintracciare i fondamenti della sua dottrina politica in diverse opere, eterogenee per datazione, ampiezza e approccio metodologico . Nonostante i fondamenti del pensiero politico kantiano possano essere desunti già dalle Critiche, e in particolare dalla Critica della ragion pura (1781) che contiene la celebre idealizzazione della repubblica, e dalla Critica del Giudizio (1790), nella quale Kant individua nella società civile e nella sua estensione ad una comunità cosmopolitica il presupposto formale per la realizzazione dello scopo ultimo della natura, la nostra analisi partirà da quell’insieme di opere, composte tra il 1784 e il 1793, nelle quali Kant ha posto le basi per la sua riflessione in materia di diritto, di Stato, di storia e di cosmopolitismo, ossia l’Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784), in cui per la prima volta si affaccia l’ideale di un ordine cosmopolitico; la Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? (1784); La religione entro i limiti della mera ragione (1793); lo scritto Sopra il detto comune: «Questo può esser giusto in teoria, ma non vale per la pratica» (1793).
La seconda parte sarà dedicata allo scritto più importante, dal nostro punto di vista, ossia l’opera intitolata Per la pace perpetua: un progetto filosofico (1795), la cui analisi sarà completata dall’approfondimento di alcuni concetti elaborati nella Metafisica dei costumi (1797), che contiene riferimenti significativi al diritto pubblico, al diritto privato e alla dottrina della virtù. Il progetto kantiano si sviluppa a partire da un rapporto in un certo senso critico con la tradizione del giusnaturalismo e con la filosofia di Rousseau e perviene alla definizione di una prospettiva politica originale, nonostante non siano mancati nei secoli precedenti esperimenti simili, di cui pure si darà conto nel corso del lavoro.
La terza sezione del lavoro si soffermerà su un aspetto particolarmente problematico dell’ermeneutica kantiana, ovvero il confronto con il realismo politico, la teoria secondo cui la storia è una concatenazione di cause ed effetti, la realtà ispira la teoria, e l’etica è una funzione della politica. Attraverso una serie di riferimenti ad esponenti antichi e moderni di questa importante tradizione filosofico-politica (Tucidide, Machiavelli, Hobbes), emergerà con maggiore nitidezza il profilo teorico dell’impostazione kantiana, la sua ambivalenza unitamente al cui coerente e costante riferimento al paradigma razionale e all’imperativo morale.
In realtà, già in alcuni appunti giovanili scritti nei tardi anni ’70 e dedicati al problema della sovranità, Kant aveva abbozzato le categorie centrali della sua filosofia politica. Secondo il filosofo tedesco, la potestas legislatoria si caratterizza soprattutto per la sua infallibilità, per cui l’unica sovranità pensabile è quella del popolo, sul modello esplicitato da Rousseau nel suo Contratto sociale, ma con significative differenze che Kant rimodula nel concetto di ‘contratto originario’: l’unione civile fra gli uomini deve essere preceduta da un patto di natura ideale. Ne discende che il Principe non è il sovrano assoluto, il summus imperans, bensì il loro legittimo rappresentante alle condizioni del contratto originario . In altre parole, laddove l’analisi di Rousseau parte dalla condizione dell’uomo di natura, quella di Kant muove dall’uomo civilizzato. Rispetto alla teoria di Rousseau (ma anche di Thomas Hobbes), la posizione kantiana si caratterizza per il tentativo di ricondurre l’universo politico alla sua intrinseca dimensione storica.
Per Kant, il contratto originario è l’atto con cui il popolo si costituisce in uno Stato, ovvero la semplice idea di questo atto, che sola permette di comprenderne la legittimità. In base a questo contratto originario, tutti i membri del popolo depongono la loro libertà esterna, per riprenderla di nuovo subito come membri di un corpo comune, ossia come membri del popolo in quanto è uno Stato. La libertà del patto sociale è la libertà giuridica, intesa come obbedienza di ogni essere razionale alla legge accettata. Questo contratto sociale e originario ha dunque la funzione di fondere i due elementi del processo giuridico astratto (lo stato di natura e lo stato civile) e di condurre questo processo alla sua dimensione concreta. Con il contratto si attua il passaggio e l’uscita dallo stato di natura delle volontà individuali: da semplice esigenza astratta, com’è nello stato di natura, il diritto diventa qualcosa di attuale grazie al contratto sociale.
Coerentemente con la sua impostazione speculativa generale, Kant giustifica la prospettiva politica dell’instaurazione di organismi atti a garantire la pace non tanto su ragioni di sicurezza interna o di pubblica utilità, quanto piuttosto su un comando razionale incondizionato, laddove il margine di operatività di tale norma non va misurata con la realizzabilità concreta del suo progetto filosofico-politico – che non a caso è stato spesso etichettato come ‘utopico’, bensì va valutato criticamente come indice di trasformazioe lenta ma costante della realtà sulla base di principi condivisi in quanto razionali .
Sebbene in stretta connessione reciproca, diritto e politica non hanno per Kant la stessa funzione. La dottrina del diritto è una disciplina teoretica che è parte della morale, con cui condivide il carattere prescrittivo: essa si fonda, infatti, esclusivamente sul dovere, ossia sulla ragion pura a priori, e non considera le conseguenze fisiche di quanto prescritto. La politica è invece dottrina del diritto messa in pratica, che applica alla realtà concreta le prescrizioni giuridiche, ottemperando alle condizioni che presiedono a tale attuazione. Laddove il primo, in quanto teoria giuridica razionale, rimane sul piano della formalità e dell’universalità del fine, la seconda non può fare a meno di confrontarsi con i contenuti materiali e particolari senza i quali non può realizzarsi alcun ideale.
Nelle sue opere politiche, Kant non descrive gli ordinamenti esistenti, ma un sistema giuridico ideale, conforme ai principi della ragione. Tuttavia, questo sistema non è tanto un semplice sogno della ragione, un’utopia irrealizzabile, quanto, piuttosto, uno strumento per giudicare e migliorare le istituzioni politiche esistenti.
La quarta ed ultima sezione del lavoro rifletterà sull’attualità del progetto kantiano, sul lascito della sua politica, sulla realizzabilità del suo disegno. Questa serie di valutazioni sarà condotta sulla base delle analisi di storici come Edward Carr, che ha criticato gli idealisti liberali e ha aderito alla corrente realista, di cui ha individuato l’antesignano in Niccolò Machiavelli.
Il lavoro trae spunti da un’ampia serie di contributi che la storiografia italiana ha dedicato negli ultimi decenni ai concetti principali della filosofia politica kantiana, e in particolare da tre importanti opere scritte rispettivamente da Filippo Gonnelli, Massimo Mori e Romina Perni. Il primo ha realizzato un’esposizione organica di tutti gli elementi fondamentali della dottrina politica di Kant, dalle concezioni morali ai fondamenti teorici della libertà politica, dall’articolazione giuridico-istituzionale dello Stato alla concezione della storia . Il secondo ha ricostruito la posizione di Kant inserendola nel contesto della sua opera, con particolare riguardo alla filosofia del diritto, della politica e della storia, facendo emergere dal confronto con altri autori un modello di federalismo cosmopolitico che può rappresentare ancora oggi un punto di riferimento essenziale per la teoria delle relazioni internazionali . La terza, infine, ha offerto un’interessante analisi del cosmopolitismo kantiano, a partire dal diritto cosmopolitico fino alla considerazione della natura e della storia in prospettiva cosmopolitica .

Saggio

Corrado Ocone Il liberalismo e la democrazia.Recensione del saggio La democrazia totalitaria

Si occupa di filosofia e teoria politica, con particolare attenzione al neoidealismo italiano e alla teoria del liberalismo. Liberale di stampo crociano, si riconosce nell’Italian Theory: crede che lo realismo politico (Machiavelli) e storicistico (Vico) possa ancora darci strumenti importanti per capire la realtà. Collabora con frequenza al supplemento culturale del Corriere della sera e a Il Mattino di Napoli. E’ autore di vari saggi e volumi: l’’ultimo è Liberali d’Italia, scritto con Dario Antiseri (Rubbettino, 2011). Ha curato anche un’antologia del liberalismo italiano con Nadia Urbinati: La libertà e i suoi limiti. Antologia del pensiero liberale da Filangieri a Bobbio (Laterza, 2006)

S.Weil Riflessioni sulla Germania totalitaria

Totalitarismo e politica di potenza

Articolo

Gagliano Giuseppe Aspetti del realismo politico di Pier Paolo Portinaro

Pier Paolo Portinaro (Torino, 11 ottobre 1953) è un accademico italiano. Professore ordinario di Filosofia politica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Torino, è altresì membro dell’Accademia delle Scienze di Torino. Allievo di Norberto Bobbio, borsista della Fondazione Luigi Einaudi a Torino e della Alexander von Humboldt-Stiftung a Bonn, ha insegnato Scienza politica presso il Seminar für wissenschaftliche Politik dell’Università di Friburgo in Brisgovia e Sociologia presso l’istituto di sociologia dell’Università di Magonza. Ha curato e presentato al pubblico italiano numerose opere di Kant, Hans Jonas, Günther Anders; è autore di varie pubblicazioni sulla scia del realismo politico, sul liberalismo europeo e sul rapporto tra diritto, politica e giustizia della giustizia penale internazionale. Insegna per la classe di Scienze Sociale all’Istituto di Studi Superiori di Pavia e, nel 1992, è diventato professore associato di Filosofia politica presso l’ateneo torinese. Nel 2001 professore ordinario.

Gagliano Giuseppe Il rifiuto della modernità nella interpretazione di Luciano Pellicani

Luciano Pellicani è stato direttore di Mondoperaio.Ha insegnato sociologia alla Luiss Guido Carli di Roma.

Gagliano Giuseppe Il rifiuto della modernità nella interpretazione di Paolo Rossi

Rossi (propr. Rossi Monti), Paolo Storico italiano della filosofia e della scienza (n. Urbino 1923). Ha insegnato nelle univv. di Milano, Cagliari, Bologna e Firenze. Allievo di Banfi, fu poi vicino a Garin, che lo indirizzò alle ricerche di storia della cultura e della filosofia rinascimentali (da ricordare, in quest’ambito, la monografia del 1952 su Aconcio). Successivamente ha sempre più focalizzato i suoi interessi sulla cultura filosofica e scientifica tra Quattrocento e Settecento, contribuendo a chiarire importanti e spesso trascurati aspetti della transizione dalla cultura tardomedievale alla scienza moderna. In questa prospettiva dev’essere innanzitutto segnalata la sua opera su F. Bacone, volta a ricostruire, in partic., i motivi della tradizione magico-alchimistica e di quella dialettico-retorica con cui si confronta il pensiero baconiano. Di notevole rilievo sono le indagini sul rapporto tra arti meccaniche e conoscenza della natura, tra fare e sapere, con cui R. ha messo in evidenza la rilevanza storica delle tecniche artigianali e del loro influsso sul pensiero filosofico-scientifico per la nascita dei nuovi paradigmi conoscitivi che avrebbero condotto alla dissoluzione della concezione contemplativa del sapere, di origine greca, e all’affermarsi della concezione pratica e operativa caratteristica della scienza moderna. Da ricordare inoltre i suoi lavori sull’arte della memoria, sulla logica combinatoria e su Vico. Le ricerche di R. si segnalano soprattutto per la capacità di individuare zone di intersezione culturale, superando le barriere disciplinari proprie di tanta storiografia tradizionale e mirando a fornire contributi rientranti in una più vasta storia delle idee. Il lavoro concreto di storico non gli ha impedito, inoltre, di riflettere sulla metodologia della storiografia e, soprattutto, sul rapporto tra storia della scienza e filosofia della scienza. Le sue opere principali sono: Giacomo Aconcio (1952); Francesco Bacone: dalla magia alla scienza (1957, 2a ed. 1974); Clavis universalis: arti mnemoniche e logica combinatoria da Lullo a Leibniz (1960); I filosofi e le macchine (1962); Le sterminate antichità: studi vichiani (1969); Storia e filosofia (1969); La rivoluzione scientifica da Copernico a Newton (1973); Immagini della scienza (1977); I segni del tempo. Storia della Terra e delle nazioni da Hooke a Vico (1979); I ragni e le formiche. Un’apologia della storia della scienza (1986); Il passato, la memoria, l’oblio (1992); La nascita della scienza moderna in Europa (1997). Ha inoltre diretto le opere Storia della scienza moderna e contemporanea (5 voll., 1988) e La filosofia (4 voll., 1995).

Gagliano Giuseppe Utopia,messianesimo e violenza rivoluzionaria nel pensiero marxista

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